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La Geomorfologia: l'Appennino e il Corno alle Scale
Il massiccio del Corno alle ScaleL'Appennino è una catena montuosa che si è formata a seguito della collisione tra la placca europea e la placca africana (teoria della Tettonica a zolle). Esso rappresenta il prodotto, tuttora in evoluzione, di un lungo processo geodinamico cominciato circa 230 milioni di anni fa, con una fase di espansione oceanica che ha fatto allontanare i bordi delle placche europea ed africana, e proseguito, poi, con una fase di convergenza che ha invertito il movimento delle placche e ha costretto la placca africana a scivolare al di sotto di quella europea (fenomeno della "subduzione"). L'insieme di questi movimenti costituisce il processo orogenetico, termine con cui si indica la formazione delle catene montuose. Il territorio del Parco regionale del Corno alle Scale, si estende completamente all'interno della catena montuosa che rappresenta lo spartiacque principale dell'idrografia appenninica, ossia quel rilievo morfologico che divide i fiumi che scorrono verso il Mare Adriatico, da quelli che scorrono verso il Mar Tirreno.
All'interno del Parco Regionale del Corno alle Scale, affiorano due tipi di unità geologiche:
- Le Arenarie del Monte Cervarola, che appartengono alla Falda Toscana.
- L'Unità Sestola-Vidiciatico, che appartiene alla falda delle Unità Subliguri.
 
Le Arenarie del Monte Cervarola
arenarie dette del monte cervarolaLe Arenarie del Monte Cervarola sono una formazione geologica costituita dalla ritmica alternanza di strati di arenaria e di strati di argilla (foto a destra).
Si sono sedimentate circa 20 milioni di anni fa e occupano attualmente una posizione geometrica molto precisa nel complesso edificio appenninico.
Sono una formazione molto spessa, circa 3000 metri, e caratterizzata da una stratificazione molto regolare in cui si possono facilmente riconoscere le geometrie che hanno assunto gli strati durante le deformazioni subite nel corso dei processi di formazione dell'appennino.
 
 
L'Unità Sestola-Vidiciatico
esempio di stratificazione detta melangesL'Unità Sestola-Vidiciatico è un complesso sedimentario costituito da diversi tipi litologici di natura prevalentemente argillitico-calcarea e subordinatamente marnosa ed arenacea.
Queste unità si sono sedimentate in una fase precoce del processo orogenetico per poi essere sradicate durante una fase di compressione e trasportate in blocco come falda di ricoprimento.
Durante questo lungo viaggio le rocce hanno subito intense deformazioni, essendo state ripetutamente piegate, fratturate e tagliate.
Per questo motivo esse si ritrovano in affioramento in modo estremamente caotico e disordinato, con l'aspetto di brandelli di stratificazione e di miscugli di rocce diverse a cui viene dato il nome di "Melanges" (foto a destra).
Inoltre, l'estrema fratturazione subita, ha suddiviso la componente argillitica in scaglie minutissime, che rendono questa unità molto friabile e facilmente aggredibile dall'azione degli agenti atmosferici.
 
L'ultima glaciazione
La Valle del SilenzioIl Parco Regionale Corno alle Scale e le vette che formano la sua suggestiva cornice alpestre racchiudono il ricordo di fenomeni glaciali verificatisi in un lontano passato, quando questo territorio e questi ambienti erano profondamente diversi da come appaiono oggi. Tali fenomeni non mancarono di lasciare tracce inconfondibili di quei periodi freddissimi. Ad un primo sguardo, le forme dei rilievi evocano le vicissitudini subite durante l’ultima glaciazione, fenomeno di grande inasprimento del clima noto nelle Alpi con il nome di Wurm. Tra 75.000 e 15.000 anni fa, infatti, veri ghiacciai erano presenti alle alte quote tra i rilievi di questa parte del crinale appenninico e le loro lingue di ghiaccio si insinuavano nelle valli anche per alcuni chilometri. Le tracce più evidenti spiccano sulla testata della valle del torrente Dardagna: alla base dell’imponente mole del massiccio montuoso del Corno alle Scale, la grande conca semicircolare del circo glaciale del Cavone, nota come Valle del Silenzio (foto a destra), accoglieva un tempo il corpo di un ghiacciaio, che si era scavato lentamente tale comoda nicchia spingendo intanto con la sua lingua i detriti rocciosi fino all’altezza di Madonna dell’Acero.
genthiana di KochIl grande freddo non lasciò il segno solo sulle rocce, ma portò fino alle nostre latitudini anche piante ed animali che in quel clima da inverno perenne si trovavano benissimo: alcune specie, col ritrarsi dei ghiacci, si sono rifugiate sempre più in alto, fino a rimanere isolate su queste vette, come preziosi testimoni ancora viventi dei tempi lontani in cui il paesaggio di questo territorio somigliava a quello delle regioni artiche.
Per questo, non c’è da stupirsi se durante un’escursione sulle cime capita di imbattersi nelle vivaci fioriture delle genziane (nella foto a destra), o se al disgelo nelle praterie d’alta quota appaiono le intricate gallerie scavate durante l’inverno dal piccolo roditore che vive sul crinale, l’arvicola delle nevi: sono gli ospiti antichi che hanno poi preso la residenza nel Parco, conosciuti col nome di “relitti glaciali”.
 
 
 
 


 
 
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